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Nada Cella: la criminologa Delfino Pesce rivela un contatto inatteso.

Piemonte

Nada Cella: la criminologa Delfino Pesce rivela un contatto inatteso.

A seguito della sentenza di primo grado nel caso del delitto Nada Cella, la criminologa Antonella Delfino Pesce ha rilasciato dichiarazioni che offrono una prospettiva inedita sulla vicenda, rivelando un contatto inatteso con Annalucia Cecere, la condannata all'ergastolo per l'omicidio.
Nel 2021, poco prima della riapertura delle indagini, Delfino Pesce ricevette una telefonata da Cecere, una comunicazione che non riuscଠa rispondere tempestivamente, evento seguito da un silenzio impenetrabile da parte della stessa Cecere.

Questa rivelazione si aggiunge alla storia delle precedenti telefonate, intrise di minacce di morte, che la biologa barese aveva meticolosamente documentato e fornito alle autorità .

Nonostante il verdetto, Delfino Pesce confessa di vivere in uno stato di ansia, accentuato dalla sentenza stessa.

àˆ stata lei, infatti, a sollevare dubbi e a riaprire il caso, rimasto per anni nella cronaca nera come un cold case, ricostruendo un quadro investigativo frammentato e collegando indizi precedentemente trascurati, portando alla luce una potenziale verità celata per quasi trent'anni.
La corte d'assise di Genova ha accolto le sue argomentazioni, condannando sia Cecere che Marco Soracco, il datore di lavoro della vittima, per favoreggiamento.

Il momento cruciale della sentenza è stato vissuto dalla criminologa a Chiavari, nella casa di Silvana Smaniotto, la madre di Nada, ottantacinque anni.
Una scelta intima, motivata dal desiderio di offrire conforto e sostegno alla donna anziana, particolarmente vulnerabile in un momento di tale intensità emotiva.

"Non volevo lasciarla sola", spiega Delfino Pesce, sottolineando il legame empatico che l'ha sempre unita alla vedova Cella, un legame che risale ai primi incontri avvenuti proprio in quella casa, scenario in cui la vicenda ha preso avvio.
La notizia della condanna è giunta tramite Silvia Cella, cugina della vittima, che ha condiviso la comunicazione via Whatsapp, provocando una reazione di incredulità da parte di Silvana.
Delfino Pesce, con tono pacato ma fermo, sottolinea che questo è solo un passo avanti in un percorso lungo e tortuoso.
"Bisogna tener duro fino alla fine", afferma, riferendosi anche alle accuse e alle strumentalizzazioni personali che ha subito nel corso delle indagini.
In particolare, ha denunciato la diffusione di voci infondate e di epiteti dispregiativi, legati alla sua passione per l'equitazione e alla sua professione veterinaria.

Nonostante i consigli di adire le vie legali, Delfino Pesce esprime il desiderio di evitare di essere coinvolta in ulteriori conflitti.

Rivolgendosi direttamente ai due imputati, Cecere e Soracco, la criminologa esprime un'aspettativa di chiarezza: "Credo che manchi la loro voce.
Stiamo aspettando da trent'anni, è arrivato il momento che parlino".
La sua richiesta si configura come un invito a deporre, un atto che potrebbe rivelare elementi cruciali per la comprensione completa della dinamica delittuosa e per fare luce sulla verità che ancora si cela dietro il delitto di via Marsala.
Il suo contributo, quindi, non si limita all'aver riaperto il caso, ma si estende alla speranza di un processo di riconciliazione e di verità che possa portare un po' di pace nella vita di chi ha perso una persona cara.